Interruzione di gravidanza

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La Legge

L’interruzione di gravidanza è normata dalla legge 94 del 1978 che distingue la procedura effettuata entro il 90° giorno di gestazione, IVG (interruzione volontaria di gravidanza) e quella effettuata oltre il 90° giorno, ITG (interruzione terapeutica di gravidanza).
Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla IVG è permesso alla donna “che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito” (art. 4).
Oltre il 90° giorno è possibile ricorrere all’interruzione “quando la gravidanza o il parto costituiscono un grave pericolo per la vita della donna” e “quando siano accertati processi patologici, tra cui rilevanti anomalie del nascituro, che determinano un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna’’ (art. 6 lettera a), b)). I processi patologici devono essere accertati da un medico del servizio ostetrico-ginecologico operante nella struttura ospedaliera dove sarà praticata l’interruzione della gravidanza, il quale può avvalersi della collaborazione di specialisti. Gli accertamenti devono essere documentati e la relativa certificazione trasmessa al Direttore Sanitario dell’ente (art. 7).
Nel consentire l’interruzione oltre il 90° giorno, la legge non impone un ulteriore termine di età gestazionale oltre il quale l’intervento non è più consentito, tuttavia stabilisce che, quando esiste la possibilità di vita autonoma per il feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’art. 6, cioè quando sia in pericolo la vita della donna. Il medico che esegue l’intervento deve, in questo caso, adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.
La legge ammette, per il personale medico e sanitario, l’obiezione di coscienza, che esonera dallo svolgimento delle procedure e attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza ma non solleva dall’obbligo di prestare l’assistenza antecedente o conseguente all’intervento; l’obiezione di coscienza non può, comunque, essere invocata quando, per la particolarità delle circostanze, l’intervento diventa indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo (art. 9).

IVG

Interrompere una gravidanza è una decisione difficile che ha, in ogni circostanza, conseguenze emotive non indifferenti.
Esistono molteplici ragioni per le quali un test di gravidanza positivo invece di essere motivo di gioia diventa motivo di disperazione. Ogni vissuto è diverso e spesso dietro a questa scelta ci sono storie difficili. Per questi motivi noi operatori non dobbiamo giudicare ma accompagnare e sostenere voi donne durante questo percorso.
E’ però doveroso precisare che l’interruzione volontaria di gravidanza non è un metodo di controllo delle nascite.

La procedura

Prima di tutto dovete recarvi da un medico (di base, ginecologo, medico del consultorio) che dovrà accertare che il periodo di gravidanza rispetti i termini di legge, e cioè massimo 90 giorni; in seguito rilascerà un certificato che deve essere controfirmato da voi. Con questo certificato dovrete recarvi in ospedale per prenotare la data dell’intervento ed eseguire tutti gli esami necessari e il colloquio con l’anestesista. La data dell’intervento sarà fissata dopo 7 giorni dal rilascio del certificato, per permettervi ancora un po’ di tempo per riflettere.
Nel caso in cui fossero presenti condizioni di urgenza, il medico rilascerà un certificato in cui non è prevista l’attesa di sette giorni.
Fino a qualche anno fa l’unico metodo abortivo utilizzato in Italia è stato quello chirurgico, che prevede lo svuotamento chirurgico dell’utero in anestesia generale (dilatazione strumentale del collo dell’utero con isterosuzione e/o raschiamento). Esso di norma viene eseguito dopo la 7ª settimana e prevede la dimissione, in assenza di complicanze, la sera stessa dell’intervento.
Grazie alla precocità dei test di gravidanza in commercio, un numero crescente di donne scopre subito la propria gravidanza, già nei giorni del mancato flusso mestruale. Ciò permette di proporre alle donne l’aborto medico.
Si tratta di una metodica semplice, ormai diffusa in tutto il mondo, che si basa sull’assunzione di due principi attivi diversi, il mifepristone (RU486) e una prostaglandina, a distanza di 48 ore l’uno dall’altro.
Il mifepristone, interessando i recettori del progesterone, necessari per il mantenimento della gravidanza,causa la cessazione della vitalità dell’embrione; l’assunzione del secondo farmaco, della categoria delle prostaglandine, ne determina l’espulsione.
Gli effetti collaterali aumentano con l’aumentare dell’epoca gestazionale.
Le perdite ematiche sono di circa 80-100 ml e sono percepite come leggermente superiori a quelle che si verificano con un aborto chirurgico; possiamo paragonarle ad una mestruazione molto abbondante.
Possono persistere per una media di 8-9 giorni (5-15) e, a volte, in forma ridotta per più tempo.
La ritenzione di materiale ovulare o la mancata espulsione, se non rilevate e trattate prima, saranno diagnosticate al momento del controllo programmato a circa 14 giorni.
Nausea (40%) e vomito (20%) sono transitori, generalmente ben tollerati.

ITG

Sebbene la maggior parte delle interruzioni venga eseguita nel primo trimestre, il miglioramento delle tecniche di screening prenatale per individuare gli eventuali disordini cromosomici e le principali anomalie fetali, insieme all’aumento delle gravide che hanno accesso a questi programmi, hanno portato ad una crescita del numero di donne che scelgono l’interruzione terapeutica di gravidanza nel secondo trimestre. Indipendentemente dall’accertamento di anomalie fetali, altri motivi che possono portare alla scelta di questa procedura sono la tarda diagnosi di gravidanza, l’esistenza di barriere logistiche e/o economiche per l’accesso ai servizi per l’interruzione volontaria di gravidanzasituazioni di ambivalenza o di paura della rivelazione della procedura.
Dal momento in cui viene diagnosticata per la prima volta un’anomalia fetale, inizia per la donna un lungo percorso di visite ed esami volti a stabilire con certezza la presenza di alterazione del feto. In questo periodo la donna vive una moltitudine di emozioni spesso contrastanti: speranza, ansia, paura e sconforto la accompagnano nel cammino verso la difficile decisione di interrompere la gravidanza.
Molte delle donne che si sottopongono all’amniocentesi hanno più di 35 anni; l’età avanzata, che rende difficile la probabilità di una successiva ulteriore gravidanza e una possibile storia di infertilità possono accrescere l’importanza della gravidanza che si sta portando avanti.
Inoltre è dal secondo trimestre che si prende veramente coscienza del proprio stato e della presenza del proprio bambino dentro di sé. Le nausee e i malesseri dei primi periodi sono passati, si cominciano a sentire i primi movimenti e a vedere il feto attraverso le ecografie; tutto questo alimenta e rafforza il legame affettivo della madre verso il suo bambino.
Dal momento in cui la donna, presa la decisione, entra in reparto, viene assunta in carico da un’ostetrica che la seguirà ed assisterà durante tutto il percorso. L’ostetrica spiegherà lo svolgimento della procedura e tutte le circostanze che si potranno verificare e le sensazioni che si potranno provare durante quest’ultima e sosterrà ed aiuterà la coppia ad affrontare questo momento senza sentirsi soli. La sua presenza sarà costante ed attenta ma non invadente, lasciando il giusto spazio e i momenti di intimità alla coppia. Questo è favorito dal fatto che la procedura si svolge nella stanza della donna.

La procedura

La procedura consiste nella somministrazione intra vaginale (ogni tre ore fino a cinque dosi) di prostaglandine, sostanze che agiscono sulla muscolatura uterina provocando le contrazioni e inducendo un vero e proprio travaglio di parto. L’ostetrica valuterà costantemente l’andamento del travaglio, deciderà insieme alla donna quando posizionare il cateterino per l’analgesia epidurale e assisterà la donna fino all’espulsione del feto e degli annessi fetali. Nel caso in cui le cinque dosi di prostaglandine non facciano effetto la procedura verrà ripetuta a distanza di 24 ore. Dopo l’espulsione è talvolta necessario eseguire una revisione di cavità uterina.
Nei giorni successivi sono comuni sintomi come perdite ematiche, crampi o contrazioni uterine e febbre. Sarà necessario evitare rapporti sessuali da due a quattro settimane e recarsi dal medico se i sintomi persistono.

Dopo l’espulsione molte ostetriche offrono alla coppia l’opportunità di vedere il feto, vi sembrerà strano ma ciò è molto importante per l’elaborazione del lutto. Questo perché spesso, dopo la diagnosi di un’anomalia fetale, l’immagine del bambino che la donna o la coppia costruisce nel proprio inconscio è molto peggiore rispetto alla realtà. Dare un volto a questo bambino, ricordarlo nel tempo è di grande aiuto per superare il lutto. Spesso la prima reazione a questa proposta è di rifiuto, la coppia è provata dalla procedura appena avvenuta e si chiude nel proprio dolore. Di solito si lascia a disposizione qualche ora perchè la coppia prenda la decisione di vederlo o, eventualmente, rivederlo un’altra volta.
Sarà possibile anche dare un nome al proprio bambino, battezzarlo e organizzare la sepoltura.
L’aborto nel secondo trimestre è un’esperienza che coinvolge tutti coloro che vi partecipano.
L’elaborazione del lutto normalmente comincia prima del ricovero in ospedale e continua durante tutto il periodo di permanenza.

L’aborto è un evento che segna il vissuto di moltissime donne e di molte coppie e può condizionare il loro modo di essere genitori in futuro; rappresenta un conflitto tra due possibilità, interrompere la gravidanza o portarla a termine nonostante tutto, accompagnato dalla perdita, dal lutto vissuto come un evento “scelto”, programmato e non accidentale. Perdere un figlio, scegliendo di perderlo, può attivare sentimenti di solitudine e dolore, di fallimento come donna e come madre, e di colpa, sia nei confronti del figlio perduto che dei figli presenti o futuri.

Gli effetti nocivi del lutto si riducono notevolmente se la donna riesce a vivere il proprio percorso evitando la solitudine e la chiusura in sé stessa.
Poter comunicare il proprio dolore a persone di cui si ha fiducia, che si astengano da formulare giudizi o critiche, avere cura della propria salute fisica, cercare sostegno e non isolarsi, aiuta a comprendere i propri sentimenti, i propri vissuti di perdita e permette di vivere costruttivamente il dolore, nel rispetto di sé e del proprio percorso di vita.
Sarebbe, pertanto, opportuno che i genitori che sono costretti a vivere una simile situazione facessero ricorso all’aiuto psicologico di un buon professionista poiché è fondamentale riuscire ad elaborare correttamente la perdita e renderla un’esperienza reale che faccia parte della propria vita.

Osterica Giulia

 


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