marzo 2014 archive

Alimentazione in gravidanza e allattamento…consigli e miti da sfatare!

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Cosa mangiare durante la gravidanza?

Prima cosa da fare è sfatare il mito che in gravidanza bisogna “mangiare per due”! Dovete nutrirvi in modo da mantenervi in buona salute e permettere ai tessuti fetali di formarsi e svilupparsi nel modo migliore. La vostra alimentazione non deve discostarsi molto da quella che andrebbe seguita durante ogni altro periodo della vita. Ovviamente l’apporto calorico deve essere più alto e alcuni nutrienti non devono mancare.
Alcuni consigli:

  • E’ bene fare pasti piccoli e frequenti evitando lunghi periodi di digiuno durante la giornata e la notte.
  • Assumete generose quantità di latte, come tale o aggiunto ad altri alimenti, per il suo contenuto di proteine, calcio, fosforo, magnesio, Vit. A e Vit. D. Se non tollerate bene il latte potete consumare lo yogurt in quanto presenta lo stesso valore nutrizionale del latte da cui deriva, eccetto che per l’assenza di lattosio.
  • Al fine di prevenire un eccessivo incremento di peso si consiglia di limitare il consumo di carboidrati semplici (zucchero, dolci, gelati); preferite gli zuccheri complessi quali pasta, pane, patate, legumi. Se li tollerate bene, preferite gli alimenti integrali che oltre a dare un maggior senso di sazietà, facilitano le funzioni intestinali (durante la gravidanza si può presentare una tendenza alla stitichezza), migliorano l’equilibrio glicemico, rallentano l’assorbimento di colesterolo e ne aumentano l’eliminazione.
  • Consumate giornalmente carne o pesce o uova o formaggi, in quanto apportano proteine preziose per l’accrescimento fetale. I pesci oltre ad essere ricchi di proteine, sono importanti in quanto apportano fosforo, iodio ed acidi grassi polinsaturi di cui le strutture nervose, visive e corticali del bambino necessitano.
  • Mangiate ogni giorno verdura e frutta di stagione. Tali alimenti apportano vitamine, sali minerali e fibra.

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La cura del neonato

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immagine tratta dal web

 

Una volta arrivati a casa dopo l’ospedale, spesso ci si sente impauriti ed impreparati su come prendersi cura del proprio piccolo, specialmente se si tratta del primo figlio.
I primi giorni potranno sembrarvi complicati, ma non scoraggiatevi! Con il tempo e con la pratica imparerete a conoscere i bisogni del vostro bimbo e tutto apparirà più semplice.

Trattamento del moncone ombelicale

Il primo accorgimento che dovete avere, è sicuramente nella pulizia del cordone ombelicale. Sentirete pareri discordanti al riguardo: chi vi dirà di utilizzare acol etilico, chi acqua ossigenata e chi, come noi, niente di tutto ciò. Infatti, il residuo di cordone ombelicale (moncone), dovrebbe essere tenuto il più possibile asciutto e pulito, al fine di diminuire la probabilità di contaminazione e di infezione e di favorire il processo di mummificazione, facilitandone così la caduta.

Dopo un accurato lavaggio delle mani, la zona ombelicale va controllata più volte al giorno: il moncone va avvolto in una garzina sterile, rivolto verso l’alto e mantenuto fuori dal pannolino, onde evitare il contatto con feci e urine e per consentire una rapida mummificazione.
Non utilizzate disinfettanti, se non dopo avere constatato segni di infiammazione o di infezione.
Normalmente entro una decina di giorni si osserverà la caduta del moncone. Se trascorsi più di 15-20 giorni il distacco non è avvenuto, è bene rivolgersi al pediatra. (altro…)

Allattare, un gesto d’amore (Parte 4)

Immagine tratta dal web

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Come vi sarete accorte, è impossibile terminare il discorso aperto sull’allattamento in un’unica volta. Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma con oggi abbiamo deciso di concludere, elencando le principali problematiche che si possono incontrare durante questo meraviglioso percorso, nessuna delle quali però ne pregiudica il proseguimento.

Ingorgo mammario

Risulta essere uno dei problemi più diffusi, soprattutto nel primo periodo dell’allattamento. L’ingorgo si presenta infatti quando il seno non viene svuotato (il bambino non viene attaccato per un qualsiasi motivo) per molte ore. I segni classici che il seno presenta in un ingorgo sono:

  • Turgido
  • Pieno
  • Può diventare molto duro
  • Caldo
  • Dolente
  • La pelle può apparire lucida e arrossata (non sempre)

In questa condizione, anche l’areola ed il capezzolo possono presentarsi distesi, così che il neonato incontra difficoltà ad attaccarsi o a tenere correttamente la presa, impedendo così la rimozione del latte. Anche la spremitura potrà risultare difficile. Sono tutti segni che ci troviamo davanti ad un vero e proprio ingorgo!
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Allattare, un gesto d’amore (Parte 3)

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L’allattamento è, a nostro avviso, un tema molto importante di cui però purtroppo si riceve scarsa o cattiva informazione; per questo noterete diversi articoli sull’argomento, perché ci teniamo ad affrontarlo nella maniera più chiara e completa possibile.

Bassa produzione e bassa introduzione di latte

Poiché, come abbiamo già visto, il timore di avere poco latte ha per voi mamme un peso rilevante, dobbiamo verificare la presenza di cause della bassa produzione e assunzione di latte, per trovare insieme le possibili soluzioni. Vediamo ora quali criteri sono da considerare validi di una possibile insufficiente produzione o introduzione di latte materno tali da giustificare il ricorso a modalità alternative:

  • Calo ponderale oltre il 10% rispetto a quello alla nascita in un lattante sotto le 2 settimane;
  • Mancato recupero del calo ponderale fisiologico entro le prime 2 settimane;
  • Oliguria prolungata per oltre 24h, ovvero < 5 pannolini bagnati di urina in 24h dal 5° giorno di vita;
  • Mancata produzione di feci entro la fine della prima settimana;
  • Presenza di segni di disidratazione;
  • Incremento ponderale medio < 20 grammi al giorno tra la seconda settimana e il terzo mese o un calo ponderale inspiegabile. (altro…)

Allattare, un gesto d’amore (Parte 2)

immagine tratta dal web

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Come avete scoperto nello scorso articolo, quel liquido che a voi sembra privo di nutrimento è in realtà una sostanza dalle mille risorse! Ma questo è solo l’inizio di un meraviglioso processo che è la formazione del latte.
Nei giorni successivi al parto il colostro si trasforma gradualmente diventando più opaco e progressivamente più bianco, il cosiddetto latte di transizione. La formazione del latte maturo, la montata lattea, avviene in genere 2 o 3 giorni dopo il parto e più tardivamente, circa 3-4 giorni, dopo il taglio cesareo. Questi tempi sono comunque variabili e individuali. Durante questi giorni sentirete il seno teso, ingrossato, caldo e leggermente dolorante, non vi spaventate, sono i segni che indicano l’arrivo della montata lattea e durano solo alcuni giorni.
Vediamo ora da cosa è composto il latte materno.
La composizione del latte varia da donna a donna e i componenti del latte materno forniscono sia i nutrienti sia le sostanze che aiutano la digestione, la crescita, lo sviluppo e danno protezione contro le infezioni.
Il latte materno pretermine (prodotto da una donna che ha partorito prima della 37° settimana di gravidanza) contiene una maggiore quantità di proteine, maggiori livelli di alcuni minerali, come il ferro, e ha proprietà immunologiche maggiori rispetto al latte maturo, il che lo rende più adatto ai bisogni del neonato nato prima del termine.
Il latte materno maturo contiene tutti i nutrienti principali: proteine, carboidrati, grassi, ormoni, vitamine, minerali e acqua, in quantità che rispecchiano i bisogni del bambino. Esso cambia in relazione all’ora del giorno, alla durata di una poppata, ai bisogni del bambino
e alle condizioni della madre.
La composizione del latte materno cambia anche all’interno della stessa poppata: il primo latte, prodotto all’inizio della poppata è meno grasso e più ricco di acqua e lattosio mentre il latte terminale è molto più ricco di grassi e utile per la crescita del bambino.
Nei primi 6 mesi, il bambino soddisfa le proprie esigenze fisiologicamente: se ha sete assume prevalentemente il primo latte, se ha fame rimane attaccato più a lungo, fino a prendere anche il latte terminale.
Per quanto riguarda il sapore del latte materno, questo dipende dalla dieta della madre e le variazioni di sapore abituano il bambino ai
cibi consumati in famiglia e al passaggio a questi cibi nel momento in cui il bambino sarà pronto, in genere dopo i 6 mesi compiuti.
Durante l’allattamento, è sufficiente la normale igiene della mamma con lavaggio quotidiano, anche solo con acqua, mentre non è necessario lavare il seno dopo ogni poppata e va evitato l’uso di creme o unguenti o di saponi profumati. La mammella è provvista di ghiandole sebacee (del Montgomery) che provvedono a una naturale disinfezione dell’areola! (altro…)

Allattare, un gesto d’amore (Parte 1)

Immagine tratta dal web

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Ho rubato il titolo per questo articolo al libro, che, secondo me, è il migliore in fatto di allattamento. In poche parole dice tutto: allattare non è solo “nutrire”, ma anche amare e curare il proprio bambino nel migliore dei modi, fornendo quell’alimento unico ed insostituibile che è il latte della propria mamma. Lo consiglio a tutti, mamme ed operatori che lavorano in ambito neonatale ed ostetrico, sono sicura che, come è stato per me, colmerà tutti quei dubbi che avete in fatto di allattamento. Le autrici sono, Tiziana Catanzani e Paola Negri.
Ed ora veniamo a noi! Perché allattare? Beh, partiamo dalle basi, dalla fisiologia che accompagna questo meraviglioso gesto.
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Puerperio & Maternity blues

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Il puerperio è il periodo di tempo che inizia subito dopo l’espulsione o l’estrazione della placenta e termina con la ripresa dell’attività ovarica.
Convenzionalmente si assegna al puerperio una durata di 6-8 settimane, poiché in tale intervallo normalmente si completa la regressione della maggior parte delle modificazioni gravidiche a carico dei vari organi e apparati.

In circa lo 80% delle donne che non allattano la mestruazione ricompare entro 40-50 giorni dal parto.
Invece, nella maggior parte delle donne che allattano, la durata dell’amenorrea è maggiore (circa 70 giorni); in molti casi l’amenorrea dura per tutto il periodo dell’allattamento, talvolta, addirittura, si può protrarre per diversi mesi dopo l’interruzione dell’allattamento, specialmente quando è stato molto prolungato.

Il puerperio viene considerata una fase molto delicata della vita della donna, sia dal punto di vista psicologico sia dal punto di vista fisico, caratterizzato da una perdita legata alla conclusione della gravidanza e da un’acquisizione portata dalla nascita del figlio. Durante le settimane del puerperio infatti sono molti i disturbi, più o meno pesanti, che contribuiscono a smorzare l’entusiasmo derivante dalla nascita di un bambino.

L’atteggiamento psichico della donna che ha avuto un parto normale è caratterizzato di solito da un senso di soddisfazione per essere divenuta madre e nello stesso tempo da un senso di responsabilità verso il nuovo essere. Tuttavia, coesiste uno stato di labilità emozionale, per cui la puerpera facilmente piange o ha crisi di depressione senza motivo apparente e si preoccupa in modo esagerato se ha l’impressione che la salute del neonato sia minacciata.

Queste variazioni dell’umore sono molto frequenti, hanno breve durata e quasi costantemente scompaiono entro pochi giorni dal parto. (altro…)

Screening neonatale

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Care mamme, con la Legge 104/1992 è stato possibile andare a vedere se per caso il vostro piccolo possa essere affetto da alcune malattie metaboliche congenite, che, se evidenziate precocemente, possono essere tenute maggiormente sotto controllo, permettendo così di ridurre al minimo le loro manifestazioni. Vediamo insieme quali sono le malattie che si possono scoprire con lo screening:

  • Ipotiroroidismo congenito (1 su 3500-4000 nati), deficit funzionale della tiroide, con ritardo dell’accrescimento, dello sviluppo psicomotorio e intellettivo. In questo caso noteremo un valore elevato di TSH (ormone stimolante la tiroide) e una insufficiente produzione degli ormoni T3 (triiodotironina) e T4 (tiroxina). Questo quadro caratterizza il cosiddetto ipotiroidismo primitivo. In altre situazioni il difetto può interessare ipotalamo e ipofisi, pertanto si osserveranno valori bassi sia dell’ormone TSH che degli ormoni T3 e T4. In tal caso si parla di ipotiroidismo secondario.
  • Fenilchetonuria (PKU), interessa 1 su 11.000 nati ed è data dall’accumulo dell’aminoacido fenilalanina nel sangue e nelle urine, dovuto alla carenza congenita di un enzima che normalmente converte la fenilalanina nell’aminoacido tirosina. La fenilalanina viene solo in parte smaltita nelle urine e in parte viene convertita in acido fenilpiruvico che, essendo tossico, causa gravi compromissioni del sistema nervoso centrale. In questi casi verrà pertanto prescritta una dieta appropriata da seguire.  NB: in questo caso il bambino non può essere allattato al seno.
  • Fibrosi cistica, colpisce 1 su 25.000 nati ed è causata dalla mutazione del gene che codifica una proteina la cui funzione è quella di trasportare cloro e iodio dalle membrane cellulari delle cellule epiteliali di apparato respiratorio, pancreas, intestino e ghiandole sudoripare. Tale anomalia causa a carico di molte ghiandole a secrezione interna una abnorme produzione di muco spesso denso e vischioso, con conseguente ostruzione dei dotti principali e quindi causando ripetute infezioni a livello dell’albero bronchiale, insufficienza pancreatica, malnutrizione, ostruzione intestinale, ecc.

Come si effettua lo screening?
Tra la 36° e la 48° ora dalla nascita verrà eseguito un piccolo prelievo sul tallone del neonato, al fine di evidenziare l’eventuale presenza di tali patologie e di instaurare così un trattamento precoce.

Mamme, non preoccupatevi se qualche parola vi sembra difficile. Tutto vi verrà spiegato una volta nato il bimbo e in qualunque momento vogliate saperne di più!

Ostetrica Lorenza

La donazione del sangue cordonale

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La donazione del sangue cordonale è un atto attraverso cui, alla nascita, viene prelevato il sangue cordonale dal funicolo ombelicale e messo a disposizione per essere utilizzato a fini terapeutici.
Il sangue cordonale è quello che rimane nel cordone ombelicale e nella placenta dopo l’espulsione del feto e la recisione del funicolo. Un tempo questo sangue veniva eliminato con la placenta ma, grazie al progresso della scienza, alla fine degli anni Settanta è stato scoperto essere ricco di cellule staminali: cellule indifferenziate, dotate di una grande capacità riproduttiva e in grado di dare origine a diversi tipi di cellule. In particolare le cellule staminali si dividono in “totipotenti”, “pluripotenti” o “unipotenti” a seconda della potenzialità di dare origine a tutti i tipi di tessuto, solo ad alcuni tipi o ad un solo tipo.
Le cellule presenti nel sangue cordonale sono pluripotenti : oltre all’ambito ematopoietico (possibilità di produrre cellule del sangue) in cui vengono oggi utilizzate per combattere alcuni tipi di malattie del sangue, hanno potenzialità di tipo mesenchimale (possibilità di creare tessuti come ossa, cartilagine, muscolo) ed endoteliale (possibilità di stimolare il processo che porta alla formazione di nuovi vasi sanguigni da altri vasi preesistenti). Queste potenzialità appartengono ancora alla ricerca e non ci sono, ad oggi, risultati decisivi sul loro concreto utilizzo. Al contrario, è consolidato l’uso delle cellule staminali emopoietiche per il trattamento di leucemie, linfomi e gravi forme di anemia, malattie nelle quali il midollo osseo viene danneggiato e non è più in grado di produrre il sangue. Ecco perché le cellule staminali placentari sono preziosissime: trapiantandole, si può ripristinare la funzione del midollo, che riprende a produrre i globuli bianchi, rossi e piastrine normali. Inoltre si sta studiando l’uso di cellule staminali in casi di trapianti di cornea e di retina.
Esistono diversi tipi di donazione: (altro…)

E se l’epidurale non la volessi?

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Ad oggi, il dolore del parto ha assunto una connotazione negativa. Considerato inutile, fastidioso ed innaturale, la scienza si è evoluta per eliminarlo. Ma quando l’epidurale non c’era, le donne come partorivano? Pensiamo alle nostre mamme o alle nostre nonne. Qualcosa di sicuro si erano inventate, e di certo l’istinto le ha sempre guidate durante il tortuoso percorso del travaglio. Allora, mamme e donne curiose, perché non esploriamo insieme il mondo delle “Tecniche non farmacologiche di contenimento del dolore”? Ovvero tutti quelli accorgimenti naturali, che la donna ha a portata di mano e che può sfruttare durante il travaglio per far sì che il dolore venga ridotto al minimo (non annullato, come nell’epidurale, ma reso maggiormente sopportabile) e allo stesso tempo mantenendo l’evento nascita come dovrebbe essere sempre, naturale. Oltre all’utilizzo dell’acqua, come abbiamo già visto in precedenza, abbiamo a disposizione numerose tecniche:

  • Massaggio e touch: per massaggio si intende la manipolazione intenzionale di parti del corpo quali, mani, piedi, testa e schiena, da parte dell’ostetrica o della persona di fiducia (solitamente il partner) presente durante il travaglio. Il termine touch sta ad indicare il semplice contatto fisico: baci, carezze, coccole. Questi interventi, se effettuati da una persona di fiducia, hanno lo scopo di rassicurare ed attenuare la tensione della donna durante il travaglio.
    Una contro-pressione forte nei punti più dolorosi (soprattutto la schiena nella zona lombare) è indicata durante la contrazione, mentre uno sfioramento leggero e superficiale attiva i recettori cutanei ed è indicato nelle pause tra le contrazioni. Il massaggio favorisce lo sciogliersi delle tensioni muscolari, ed inoltre insieme al touch stimola la produzione di endorfine.
  • Movimento e posizioni libere: il movimento può essere considerato come la fisiologica risposta al dolore: durante il travaglio ed il parto la donna si muove sulla base delle proprie sensazioni dolorose. Questo svolge una funzione protettiva, la quale fa sì che, durante i meccanismi fisiologici del travaglio non possano presentarsi danni fisici (eccessiva compressione sulle articolazioni e sui nervi sacrali, eccessiva compressione della testa fetale). Le posizioni che maggiormente favoriscono una buona riuscita del parto sono certamente le posizioni verticali. Tra di esse vi sono: posizione a carponi (a quattro zampe), posizione seduta o accovacciata ( sullo sgabello ostetrico, sulla gymball o sorretta dal partner); in piedi. Queste posizioni, soprattutto a carponi ed accovacciata, fanno sì che il bacino raggiunga la sua massima apertura, facilitando così il passaggio del neonato. Altre, come quelle in piedi o accovacciata, sfruttano al massimo la forza di gravità, aumentando così l’efficacia delle contrazioni e riducendo contemporaneamente i tempi del travaglio. Tutte queste posizione possono essere sfuttate sia durante il travaglio che durante il parto, a secondo della volontà della donna.

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